C’è qualcosa di profondamente significativo nel modo in cui abbiamo iniziato a chiamare ciò che facciamo.
«Contenuto» è una parola neutra, funzionale, quasi industriale.
Indica qualcosa che deve riempire un contenitore, occupare uno spazio, alimentare un flusso. Un post, un video, un articolo, un’immagine: tutto diventa semplicemente «contenuto», indipendentemente dal tempo, dalla cura, dal pensiero e dall’intenzione che ci sono dietro.
E così, quasi senza accorgercene, abbiamo spostato il centro della creazione.
Non importa più soltanto che cosa abbiamo da dire, ma quanto produciamo, quanto rapidamente, quanta attenzione riusciamo a ottenere, quante visualizzazioni, interazioni e condivisioni genera ciò che facciamo.
L’espressione «creatore di contenuti» racconta perfettamente questa trasformazione: non siamo più necessariamente scrittori, artisti, fotografi, musicisti, illustratori, insegnanti, divulgatori. Siamo diventati fornitori di materia per piattaforme che la distribuiscono, la misurano e la monetizzano.
E anche chi guarda o legge diventa, simmetricamente, un «consumatore».
Forse il problema non è soltanto linguistico. Le parole non si limitano a descrivere la realtà: contribuiscono a costruirla. Se chiamiamo tutto «contenuto», rischiamo di dimenticare che alcune cose non sono semplicemente materiale da consumare.
Sono opere. Sono idee. Sono esperienze. Sono forme di espressione. Sono tentativi di dare senso al mondo.
Un contenuto deve attirare attenzione.
Un’opera può meritare attenzione.
Un contenuto è prodotto per essere consumato.
Una creazione può essere fatta per lasciare qualcosa.
Forse dovremmo recuperare parole più precise e, soprattutto, più umane.
Scrittore. Artista. Autore. Fotografo. Musicista. Insegnante. Ricercatore. Divulgatore.
Non è nostalgia per un linguaggio del passato. È la necessità di non lasciare che il linguaggio delle piattaforme diventi anche il linguaggio con cui definiamo noi stessi.
Perché non tutto ciò che creiamo è «contenuto».
E soprattutto, noi non siamo ciò che produciamo per essere consumato.
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