Chi segue con un minimo di attenzione ciò che accade sulle frontiere dell’intelligenza artificiale lo sa già: così come è possibile per uno studente risolvere in un istante un modulo di Google con domande di verifica (se predisposto senza le dovute attenzioni), allo stesso modo un docente può ottenere l’attestato di frequenza di un corso online asincrono su determinate piattaforme senza averlo veramente frequentato. Esistono escamotage, che qui non elencherò, per superare i controlli di presenza, rispondere ai test finali e scaricare il certificato con logo, ore e numero di protocollo. Chi li usa non ha seguito una lezione. Il PDF, però, ha lo stesso riconoscimento di quello di chi ha dedicato venti ore a quel corso.
La scorrettezza di chi lo fa è evidente e mi interessa poco. Mi interessa di più quello che la cosa rivela sul modo in cui riconosciamo le competenze degli altri. Per decenni il titolo ha funzionato come scorciatoia: non potendo verificare ciò che una persona sa fare, si controllava che avesse attraversato un percorso, e il certificato ne era la prova indiretta. La scorciatoia reggeva perché aggirarla costava fatica. Ora costa pochi minuti, e un segnale che si falsifica a quel prezzo smette di segnalare.
Pensiamo a chi recluta. Una scuola deve scegliere un formatore per un percorso sull’IA, oppure un’azienda deve assumere un progettista didattico. Sulla scrivania ci sono quaranta candidature, e trentacinque hanno la stessa lista di attestati: didattica digitale, prompt engineering, competenze trasversali, tutti con date vicine e monte ore generoso. Quella lista non permette di distinguere chi ha studiato da chi ha scaricato. E chi ha davvero studiato, e magari ha anche prodotto qualcosa di buono, finisce nello stesso mucchio.
Seneca, nella lettera 106 a Lucilio, rovescia il proverbio che tutti conosciamo: dice che si impara per la scuola e non per la vita! Lo scriveva due millenni fa a proposito dei filosofi del suo tempo, che sapevano discutere di tutto e non sapevano vivere secondo ciò che discutevano. Il sospetto che il sapere certificato e il saper fare divergano è dunque antico. Cambia la scala, perché adesso la distanza si può costruire a comando.
Cosa dovrebbe fare allora chi seleziona? Dico la mia: smettere di chiedere soltanto quali corsi la persona ha frequentato per conseguire quali titoli e cominciare a vedere che cosa sa fare. Alcune strade sono già praticabili.
La prima è la prova situata. Si dà al candidato una consegna reale, piccola ma vera, per esempio progettare in un’ora un’unità di apprendimento a partire da un testo e da una classe descritta in dieci righe, oppure sistemare un materiale didattico che non funziona, magari col supporto dell'AI. Chi sa lavorare lo mostra subito, anche nelle scelte che scarta.
La seconda è il portfolio discusso a voce. Un portfolio, da solo, oggi si può generare. Un portfolio su cui la commissione fa domande dal vivo (“perché ha scelto questa attività e non quella?”, “che cosa è andato storto in classe?”, “cosa cambierebbe?”) è molto più difficile da simulare, perché le risposte devono reggere al follow-up.
La terza è la lezione simulata o la sessione di formazione in miniatura, che i concorsi per docenti conoscono da tempo e che nella selezione di formatori e consulenti si usa ancora troppo poco.
Nessuna di queste prove è a prova di inganno. Però aggirarle costa di più e, soprattutto, rende più informativo il tempo che la commissione ci dedica. Verificare costa tempo, ed è l’obiezione seria: una selezione con prove pratiche richiede più ore di una griglia di punteggi sui titoli. Se non vogliamo pagare quel prezzo, tanto vale dichiarare che il titolo conta quanto vale oggi, cioè poco.
Il titolo non diventa inutile. Un attestato rilasciato da chi ha davvero verificato la presenza e valutato il lavoro dei corsisti resta un buon punto di partenza, perché dice che qualcuno ha fatto un percorso e invita a chiedere che cosa ne è uscito. Cambia il suo posto nel processo: prima apriva la porta, ora apre la conversazione.
Chi progetta formazione ha un compito in più. Se un corso termina con un quiz a risposta chiusa e un certificato automatico, lo stiamo consegnando a chiunque abbia uno strumento per rispondere al posto di chi lo frequenta. Un corso che chiude con un prodotto da presentare e discutere dal vivo rilascia un titolo che significa ancora qualcosa.

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