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martedì 27 ottobre 2026

Formare i docenti significa andare oltre gli strumenti

 Formare i docenti all’Intelligenza Artificiale non significa soltanto insegnare loro a preparare lezioni migliori.

Significa, soprattutto, metterli nelle condizioni di accompagnare gli studenti in un mondo che l’AI sta già trasformando.

Certo, conoscere gli strumenti di intelligenza artificiale generativa può aiutare un docente a progettare attività, creare materiali didattici, personalizzare le risorse e rendere più efficace il proprio lavoro. Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo.

Basta guardarsi intorno per accorgersi che la rete è ormai invasa da materiali didattici generati con l’AI: presentazioni, schede, infografiche, mappe concettuali, esercizi. Spesso gradevoli nella forma, ma anche molto simili tra loro, costruiti su schemi ricorrenti, non sempre originali e, soprattutto, non necessariamente rilevanti dal punto di vista pedagogico.

Perché un materiale ben confezionato non è automaticamente un buon materiale didattico. E un’attività che appare efficace a prima vista non è necessariamente coerente con gli obiettivi di apprendimento, i bisogni degli studenti o il contesto in cui viene proposta.

Questo non significa, però, che gli strumenti siano irrilevanti. Al contrario: conoscere e sperimentare gli strumenti è un prerequisito indispensabile per poter innovare la didattica. Un docente deve poterli utilizzare in prima persona, esplorarne le potenzialità, verificarne i limiti e comprenderne le implicazioni, per sviluppare quella consapevolezza critica che gli permette di scegliere quando, come e perché integrarli nel proprio lavoro.

Non si può valutare davvero ciò che non si conosce e non si può decidere consapevolmente di utilizzare o non utilizzare uno strumento senza averne fatto esperienza.




Ma gli strumenti sono un punto di partenza, non il punto di arrivo.

Dopo la competenza tecnologica, occorre un vero e proprio upgrade pedagogico. Bisogna passare dal chiedersi che cosa posso fare con questo strumento? al chiedersi quale apprendimento voglio promuovere, attraverso quale esperienza e con quali risultati attesi?

È qui che si gioca la differenza tra l'adozione di una tecnologia e l'innovazione didattica. La prima può limitarsi a introdurre una novità; la seconda richiede una riflessione consapevole su metodologie, strategie, progettazione, inclusione e valutazione. Richiede di ripensare le attività in funzione degli apprendimenti, non di adattare gli apprendimenti alle possibilità offerte dall'ultimo strumento disponibile.

Il punto non è soltanto usare l’AI per insegnare, ma imparare a insegnare a usarla.

Gli studenti hanno bisogno di sviluppare competenze che vanno ben oltre la capacità di scrivere un buon prompt: devono imparare a interrogare criticamente le risposte, verificarne l’attendibilità, riconoscerne errori e distorsioni, tutelare i propri dati, comprendere i limiti degli strumenti e assumersi la responsabilità di ciò che producono.

E chi può accompagnarli in questo percorso, se non docenti consapevoli, preparati e capaci di orientare?

Non possiamo chiedere agli insegnanti di educare all’uso critico e responsabile dell’intelligenza artificiale senza offrire loro occasioni concrete per conoscerla, sperimentarla e comprenderne le implicazioni didattiche, etiche e culturali.

La formazione, quindi, non dovrebbe limitarsi a una rassegna di strumenti o a una raccolta di applicazioni da portare in classe. Dovrebbe aiutare i docenti a ripensare le pratiche didattiche, le attività, la valutazione e, soprattutto, il proprio ruolo in un contesto in cui produrre contenuti diventa sempre più facile, ma comprenderli, valutarli e usarli con consapevolezza resta una responsabilità educativa fondamentale.

Il vero obiettivo non è formare docenti capaci di fare di più con l’AI, ma docenti capaci di formare studenti che sappiano fare scelte migliori grazie — e talvolta anche senza — l’AI.

In un mondo in cui i contenuti si moltiplicano, la competenza non consiste nel produrne sempre di più, ma nel saper distinguere ciò che è utile da ciò che è soltanto ben presentato, ciò che è significativo da ciò che è ripetitivo, ciò che favorisce l’apprendimento da ciò che si limita a riempire una pagina.

È questa la sfida educativa che abbiamo davanti. E la formazione dei docenti è uno dei punti da cui dobbiamo necessariamente partire.

Valutazione con l’IA: otto passi, otto (forse nove) domande pedagogiche

Ho realizzato un'infografica in otto passi sulla valutazione con l'intelligenza artificiale: chiara, ordinata, forse perfino troppo rassicurante. Proprio per questo voglio rileggerla con la matita in mano, come farei con un compito corretto in fretta. Ogni passo nasconde una scelta pedagogica, un rischio e un'opportunità. Li attraverso uno per uno, con esempi tratti dalle mie discipline.

Una premessa sul senso del percorso. L'idea che ho voluto tradurre in immagini è che l'IA stia dentro un processo e non al suo termine: l'IA propone, il docente decide. Se la valutazione fosse solo un voto, sarebbe poco; ma la valutazione è un giudizio argomentato su un apprendimento, e un giudizio non si delega. Tenerlo a mente rende tutti gli otto passi più leggibili, e anche più esigenti.

1. Definisci attività e criteri

È il passo decisivo, ed è per questo che l'ho messo per primo. Nella logica della progettazione a ritroso (Wiggins e McTighe) si parte da ciò che si vuole accertare, non dallo strumento. L'IA non sa cosa conti per voi: sa solo ciò che le dite. Una rubrica vaga produce valutazioni vaghe, solo più eleganti.

Osservazione critica. I criteri tendono a raccogliere ciò che è facile da misurare (correttezza formale, completezza) a scapito di ciò che è più difficile e più importante (originalità dell'interpretazione, qualità dell'argomentazione). Un modello linguistico, poi, premia volentieri ciò che appare ordinato.
Suggerimento pratico. Per un'analisi del testo su Dante (il canto di Ulisse, Inferno XXVI) distinguete quattro livelli: comprensione letterale, analisi stilistico-retorica, contestualizzazione, interpretazione personale motivata. Per una versione dal latino: comprensione del periodo, riconoscimento delle strutture morfosintattiche, resa in italiano, scelte lessicali. Per un'analisi di fonte storica (l'epitafio di Pericle in Tucidide, un passo di Tacito sul processo alla memoria di Augusto): individuazione di autore, destinatario e intenzione; confronto con altre fonti; uso critico dell'evidenza. Scrivete per ogni livello descrittori a tre o quattro gradi, e decidete in anticipo quanto pesa ciascun livello.

2. Verifica le condizioni d'uso

Il passo che si salta di più e che costa di più se saltato. Quando un sistema entra nella valutazione degli apprendimenti, il quadro normativo europeo (AI Act, oltre al GDPR) lo tratta con particolare cautela, e la scuola deve avere regole chiare su strumenti ammessi, dati trattati e informative.

Osservazione critica. «Verificare la conformità» non può ridursi a una spunta. Chi decide quali strumenti sono accettabili? Se la risposta è «ciascun docente da sé», avremo valutazioni disomogenee e un rischio che ricade sui singoli.
Suggerimento pratico. Portate la questione in dipartimento e, per il suo tramite, davanti al dirigente scolastico: una pagina condivisa con gli strumenti autorizzati, i dati che non si caricano mai (nomi, immagini, dati sensibili) e la formula di informativa agli studenti. Spiegate poi alla classe, prima della prova, come verrà usata l'IA. La trasparenza è già educazione civica digitale.

3. Assegna i codici

Sostituire i nomi con codici riduce l'esposizione dei dati e, benefico effetto collaterale, attenua il pregiudizio del docente («X scrive sempre bene»). Ho voluto indicare di conservare la corrispondenza fuori dal modello proprio per questo.

Osservazione critica. Pseudonimizzare non è anonimizzare. Un testo può rivelare l'autore dallo stile, dai riferimenti, da un errore tipico. In una versione di latino, l'errore ricorrente sul cum narrativo identifica quasi quanto una firma. Vale anche all'inverso: il codice non mi protegge dal pregiudizio se riconosco la mano.
Suggerimento pratico. Togliete anche intestazioni, dediche, riferimenti a esperienze personali riconoscibili. Usate codici casuali, non numeri di registro. E se volete davvero provare la correzione «alla cieca», fate correggete voi stessi un sottoinsieme anonimizzato prima di vedere le proposte dell'IA.

4. Raccogli e leggi le risposte

Nel fumetto accanto al passo 4 («Lettura accurata? Revisione docente!») ho voluto ricordare l'essenziale: tra la consegna e l'IA c'è un passaggio umano. Controllare che le consegne siano complete e leggibili non è burocrazia, è la prima forma di valutazione.

Osservazione critica. La digitalizzazione è il punto debole delle discipline classiche. Un OCR di una versione scritta a mano può confondere desinenze, trasformare -ae in -e, perdere accenti e segni diacritici; il greco, con spiriti e accenti, è ancor più fragile. Un errore dell'OCR diventa, agli occhi del modello, un errore dello studente.
Suggerimento pratico. Verificate sempre la trascrizione con una lettura a campione dell'originale. Per le prove di latino e greco, valutate se non sia più sensato far digitare direttamente il testo agli studenti, oppure lasciare la correzione dei punti morfosintattici a voi e usare l'IA solo per le parti argomentative.

5. Ottieni proposte di correzione

Il passo più interessante: l'IA propone punteggi e due valutazioni, una per lo studente e una per il docente. Due registri diversi per due destinatari diversi: allo studente un messaggio orientato al miglioramento, al docente un resoconto tecnico con evidenze e margini di dubbio. È una distinzione di grande valore formativo, in linea con Black e Wiliam sulla valutazione formativa e con Hattie sul feedback efficace.

Osservazione critica. Il punteggio proposto dà un'illusione di oggettività. I modelli mostrano bias noti: preferenza per testi lunghi, per lo stile fluido, per l'interpretazione più «canonica». Uno studente che legge i Sepolcri di Foscolo in modo originale ma poco convenzionale rischia di essere penalizzato proprio dove dovrebbe essere premiato.
Suggerimento pratico. Chiedete esplicitamente citazioni testuali come evidenza per ogni punteggio e consentite al modello di rispondere «non valutabile». Un esempio di istruzione:
Sei un assistente che propone una valutazione, non un valutatore.
Usa SOLO la rubrica allegata. Per ogni criterio indica: livello proposto,
una citazione testuale dell'elaborato che lo giustifica, il tuo grado di
incertezza (alto/medio/basso). Non assegnare punteggio dove manca evidenza.
Produci (A) un commento per lo studente, con un punto di forza e un'azione
di miglioramento; (B) una nota tecnica per il docente con dubbi e rischi.

6. Rivedi le evidenze

«Confronta ogni proposta con il lavoro originale». Questo è il punto in cui la competenza disciplinare del docente è insostituibile, e dove spesso si scopre che il modello ha valutato il testo che si aspettava, non quello che ha letto.

Osservazione critica. Il rischio ha un nome: automation bias, la tendenza a fidarsi di ciò che arriva da un sistema che sembra sicuro di sé. Più il commento è ben formulato, più è difficile contraddirlo, soprattutto alla trentesima verifica. Nelle discipline antiche aggiungete le allucinazioni: citazioni di Tacito inventate, attribuzioni a Livio di episodi mai raccontati, cronologie errate (confondere le guerre persiane con la guerra del Peloponneso è un esempio classico).
Suggerimento pratico. Costruite una lista di controllo breve: la citazione esiste? Il giudizio sul testo è coerente con ciò che lo studente ha scritto davvero? L'errore segnalato è un errore? Per la storia, verificate sempre le fonti e le datazioni citate. Se un'argomentazione dello studente vi sembra fuori schema, leggetela due volte prima di accettare il giudizio dell'IA.

7. Decidi la valutazione

«Il docente corregge gli errori e conferma il voto». Ecco il cuore etico dell'intero percorso: la responsabilità è e resta del docente. In Italia la valutazione scolastica è un atto professionale e collegiale; non è esternalizzabile.

Osservazione critica. Nell'infografica ho scritto «conferma il voto», ma non basta, se la conferma è un timbro. Se, su cento proposte, ne correggete due, probabilmente non state valutando, state ratificando. E come spieghereste a uno studente o a un genitore una valutazione di cui non avete padroneggiato le ragioni?
Suggerimento pratico. Tenete un piccolo registro degli scostamenti: dove e perché avete modificato la proposta. Dopo qualche prova scoprirete i punti ciechi del modello (su una certa rubrica, su un certo tipo di traduzione) e potrete aggiustare istruzioni e criteri. Cercate di calibrarvi con un collega correggendo insieme un campione di tre o quattro elaborati: l'IA diventa così occasione di confronto professionale, non scorciatoia solitaria.

8. Comunica e gestisci i feedback

L'ultimo passo è quello in cui la valutazione diventa apprendimento. Il feedback è efficace quando dice dove si è, dove si deve arrivare e come arrivarci (Hattie e Timperley), e quando lo studente può fare qualcosa con esso. La gestione delle richieste di revisione, poi, ricorda che valutare è un dialogo.

Osservazione critica. Un feedback generato dall'IA, anche gentile e preciso, rischia di essere impersonale e standardizzato. Gli studenti riconoscono subito il tono «da formulario», e l'effetto è un'ulteriore distanza dall'insegnante. E c'è il rischio opposto: il feedback troppo lungo che nessuno legge.
Suggerimento pratico. Limitate il feedback a un punto di forza, una priorità di miglioramento, un'azione concreta, e riscrivetelo con la vostra voce. Poi chiedete allo studente di rispondere: «Quale suggerimento userai nella prossima versione? Dove non sei d'accordo?». In latino, fate riscrivere solo il periodo più problematico; in italiano, una revisione mirata dell'attacco o della tesi; in storia, una nuova risposta che integri una seconda fonte. Per la richiesta di revisione, proponete un breve colloquio: spesso la contestazione di un voto diventa il miglior momento di apprendimento dell'anno.

Quello che l'infografica non dice (e che dovrei aggiungere)

Il percorso è circolare, non lineare. Le frecce che ho disegnato scendono dal punto 1 al punto 8, ma ciò che si impara al passo 7 deve ritornare al passo 1: i criteri si affinano, le prove si ripensano. Il nono passo che manca è la riprogettazione.

L'IA non sostituisce le prove autentiche. Se ogni compito scritto può essere generato, il vero salto è cambiare i compiti: una difesa orale della versione («perché hai tradotto così ratio?»), un commento a voce di un passo di Tito Livio, un confronto tra Tucidide e Sallustio sul tema della stasis, una discussione socratica su un canto del Purgatorio. L'IA può supportare la correzione, ma quello che stiamo valutando è la comprensione, e quella si vede meglio nel dialogo.

Coinvolgete gli studenti. Fate valutare agli studenti, con la stessa rubrica, un loro elaborato e uno proposto dall'IA. Scopriranno che i criteri non sono un segreto dei docenti e che un giudizio, anche se ben scritto, può essere sbagliato. È la competenza critica che ci interessa formare.

Cominciate in piccolo. Una sola prova formativa, senza peso sul voto, con un solo gruppo di studenti informato. Poi raccontatevi cosa ha funzionato. Nella scuola, come nella buona filologia, la prima regola è la prudenza davanti alle fonti, e anche l'IA è, in fondo, una fonte da collazionare.

Se usi l'infografica nella tua scuola o in un corso di formazione, raccontami nei commenti cosa hai cambiato: la migliore versione del percorso nascerà da un confronto tra colleghi.

sabato 17 ottobre 2026

Ripetiamo che conta il processo. Poi valutiamo solo il prodotto

 

Chi ha provato a scrivere una consegna che i chatbot non sappiano risolvere conosce il copione. Il trucco regge forse per un quadrimestre, poi arriva un modello più aggiornato e la trappola si apre da sola. Possiamo continuare a rilanciare, oppure cambiare gioco: la domanda da porsi diventa quanto il compito lasci vedere di chi lo svolge.

Un tutor che non dà le soluzioni

Parto dal racconto di due esperienze, in cui lo strumento è stato costruito per restare un passo indietro rispetto allo studente.

La prima riguarda la matematica in quinta liceo. Ho preparato io un tutor basato sull’IA per accompagnare lo svolgimento degli esercizi, e prima di portarlo in aula l’ho messo alla prova insieme ai colleghi della disciplina, che mi hanno aiutato a correggerne il comportamento. L’idea di fondo era che il tutor guidasse senza risolvere: chi lavorava con lui doveva comunque eseguire i passaggi, con qualcuno accanto che indicava dove guardare. Il ritmo, di conseguenza, era meno brillante di quello di un chatbot che consegna lo svolgimento completo. Ma il lavoro restava nelle mani dei ragazzi.

La seconda esperienza riguarda la scrittura argomentativa. Qui il tutor è socratico e di scrivere il testo non si occupa affatto. Aiuta a costruirlo, facendo passare lo studente attraverso una routine sempre uguale: una sequenza di domande per decidere la tesi, scegliere gli argomenti, ordinarli, prevedere le obiezioni. La scommessa è che, ripetuta volta dopo volta, quella sequenza smetta di essere un aiuto esterno e diventi un’abitudine mentale dello studente, che a un certo punto se la fa da solo.

In entrambi i casi lo strumento toglie la scorciatoia. Fa fermare, guardare il punto in cui ci si è incagliati, riprendere in mano il filo. Una frizione voluta.

Dalla didattica alla verifica

La stessa idea si può portare dentro la valutazione. Se un chatbot serve a consegnare prima, il percorso fatto dallo studente sparisce dietro il risultato. Se invece il lavoro passa attraverso richieste di spiegazione, controllo e correzione, lo stesso strumento può far emergere ciò che altrimenti resterebbe invisibile.

Questo ci obbliga a ripensare che cosa ci basti vedere. Una relazione ben scritta, delle slide ordinate, un programma che gira: dietro ciascuno di questi oggetti può esserci uno studente al lavoro, uno studente affiancato da un assistente, oppure quasi soltanto l’assistente. Il prodotto non perde valore, ma da solo non basta più a certificare che qualcuno abbia capito.

Mi chiedo allora quali gesti mi convincerebbero. Sentire motivare una scelta. Vedere rifare da capo il passaggio che regge tutto il resto. Osservare quando lo studente individua un errore e lo sistema, quando mette una frase accanto alla sua fonte, quando riadatta il lavoro perché una condizione è cambiata, quando porta lo stesso principio su un caso nuovo. E sentirgli separare ciò che ha deciso da ciò che gli ha proposto lo strumento.

Conta molto anche la natura dello strumento. Un assistente che esegue al posto dello studente lo lascia inattivo, eppure gli regala la sensazione di aver prodotto: il file c’è, il testo è lì, ma il ragionamento è rimasto altrove. Gli strumenti che suggeriscono, stimolano, correggono e indirizzano obbligano invece a restare in gioco, e il lavoro consegnato porta con sé qualcosa di chi l’ha fatto.

Nessuno di questi gesti, in ogni caso, chiude da solo la questione di chi abbia fatto cosa. Si può capire a fondo un testo che ha scritto una macchina, ma firmare un lavoro è altra cosa dal comprenderlo. Per tenere insieme i due piani servono più tasselli: una dichiarazione onesta su come si è lavorato, un piccolo resoconto delle scelte, un controllo di comprensione.

Come affrontare la questione

Prendiamo un commento a un brano di Seneca da preparare a casa in una settimana.

Il giorno in cui assegno il lavoro metto le regole nero su bianco: se l’IA è ammessa, per quali compiti (per esempio cercare un vocabolo, non scrivere il commento), quali parti spettano solo allo studente e quali dati personali o di classe non vanno mai incollati in uno strumento esterno.

Quando arriva la consegna, in coda al commento trovo quattro righe da completare. Dico se ho usato l’IA e per cosa. Racconto una decisione che ho preso io. Riporto un errore, un limite o un consiglio dello strumento che ho corretto o lasciato cadere. Indico una fonte che ho consultato di persona. Non domanderei l’archivio completo delle chat: appesantirebbe la correzione, conterrebbe materiale che non c’entra e non restituirebbe comunque un racconto attendibile di come il lavoro è nato.

Qualche giorno dopo, in classe, faccio una sola richiesta a sorpresa. Può essere chiedere di spiegare a voce un passaggio senza guardare il foglio, di applicare la stessa regola a un periodo un po’ diverso, di individuare un errore inserito da me, di rifare il lavoro cambiando una condizione, di giustificare perché una certa resa del testo latino in italiano meriti fiducia.

Nella griglia di valutazione terrei separati quattro aspetti: com’è fatto il prodotto, quanto è stato compreso, quali scelte e revisioni ci sono dietro, con che trasparenza sono state usati fonti e strumenti.

Con questo schema il compito resta svolgibile da una macchina. Cambia che consegnare qualcosa che non si conosce e non si è compreso diventa più faticoso, e io esco dalla correzione della verifica con molte più evidenze su cui ragionare.




Cosa sta accadendo nelle scuole

Guardandomi intorno, vedo i colleghi imboccare quattro vie diverse. C’è chi mette a punto verifiche costruite apposta per far inciampare i modelli (colleghi poliziotti si prendono la briga di modificare ogni singolo testo da consegnare a circa 25 studenti, al solo scopo di indurre in errore). C’è chi semina nel testo della consegna richieste invisibili agli studenti, che fanno affiorare l’aiuto non dichiarato di un assistente. C’è chi propone di smontare criticamente le risposte sbagliate di un chatbot. E c’è chi, a lavoro consegnato, convoca lo studente per un colloquio in cui spiegare e difendere ciò che ha presentato.

Le prime due vie ragionano da guardiani: vogliono fermare l’IA oppure coglierla sul fatto. La terza la mette sotto gli occhi di tutti e la usa come materia di analisi. La quarta cambia oggetto dell’osservazione e guarda quanto lo studente ha capito, più che il risultato. La proposta che ho illustrato sta a metà strada tra queste ultime due.

Le obiezioni che mi faccio da sola

So già cosa mi direbbe un collega, perché me lo direi io. La prima obiezione riguarda il tempo: la dichiarazione d’uso, la traccia delle scelte, la prova a sorpresa, la griglia a quattro voci sono tutte cose in più da leggere, da correggere e da registrare. E il tempo, a scuola, è già poco. Programmi da chiudere, ore sottratte da progetti e attività varie, e in quinta la maturità che si avvicina e impone di consegnare agli studenti il maggior numero possibile di contenuti. Chiedere di dedicare ore a un metodo di valutazione che sembra togliere spazio alla disciplina può suonare come un lusso.




Credo che la risposta stia nelle dimensioni. Non propongo di applicare lo schema a ogni compito, ma a uno o due lavori per periodo, scelti perché meritano davvero una valutazione approfondita. Le quattro righe di traccia si leggono in un minuto. La prova a sorpresa può toccare soltanto un campione di studenti, a rotazione, e in una classe numerosa può restare una domanda scritta di pochi minuti. Soprattutto, molte di queste operazioni sono già didattica: far spiegare un passaggio, cercare un errore, giustificare una fonte è esattamente il lavoro sulla disciplina che temiamo di perdere, e per la maturità serve quanto un’ora di ripasso.

Ne restano altre, meno semplici da liquidare. Una dichiarazione può essere falsa, e nessuno ha il modo di verificarla, per cui il valore della traccia dipende dal clima di fiducia in classe e dalla prova di comprensione che la affianca. Non tutti gli studenti hanno gli stessi strumenti a casa, né le stesse competenze nell’usarli, e una consegna che premia chi sa dialogare bene con un assistente rischia di allargare le distanze. C’è poi la questione dei dati dei minori, che impone cautela su ciò che si fa inserire negli strumenti e sulle piattaforme da adottare. C’è la preparazione dei docenti: costruire un tutor che guidi senza risolvere richiede tempo, competenze e il confronto con colleghi, e non tutte le scuole lo permettono. E c’è un dubbio di coerenza, perché valutare allo stesso modo classi diverse, in cui il tutor funziona diversamente, mette in difficoltà i criteri comuni dei dipartimenti.

Non ho risposte complete a tutto questo. So però che l’alternativa di non fare nulla ha un costo suo: un voto assegnato su prodotti di cui non conosciamo l’origine.

Possibili vie praticabili


A volte ha senso chiedere ai ragazzi di lavorare senza alcun aiuto generativo. Succede quando faccio una prova d’ingresso per capire da dove si parte, quando voglio consolidare le abilità di base che devono diventare automatiche, quando preparo una verifica individuale o comunque ogni volta che mi interessa vedere che cosa sanno fare con le loro sole forze. Per queste occasioni scelgo un contesto sorvegliato e dico apertamente agli studenti la ragione del limite. Mi pare più onesto che assegnare un lavoro per casa e augurarmi che nessun modello sia in grado di risolverlo.

Esiste anche una via intermedia per i compiti in classe, che mi incuriosisce molto: lasciare la possibilità di consultare l’IA, ma a pagamento. A ogni studente consegno un piccolo budget di crediti, una specie di monete virtuali, e ogni interrogazione al tutor ne costa una. Chi le spende alla prima difficoltà si ritrova senza risorse proprio quando servirebbero, chi le conserva impara a distinguere un ostacolo da superare da solo da un dubbio che merita davvero una domanda. La dinamica ha qualcosa del gioco, e questo la rende gradita ai ragazzi, ma il suo effetto sta altrove: costringe a decidere quando chiedere aiuto, a formulare la richiesta con cura prima di spendere e a prendersi la responsabilità di una scelta. È un esercizio di autocontrollo che nessun divieto potrebbe insegnare. Il registro delle domande poste, inoltre, mi dice dove ciascuno si è fermato.

La scelta, del resto, non si riduce a vietare tutto o a concedere tutto. Prima decido quale capacità voglio vedere in azione, poi stabilisco quali strumenti convivono con quell’obiettivo e infine definisco quali parti del lavoro devono essere inequivocabilmente dello studente.

Ripetiamo da anni, nei collegi e nei corsi di formazione, che conta più il processo del risultato. Ma se poi il voto va a un elaborato ben riuscito e nient’altro, che senso ha continuare a dirlo?

domenica 11 ottobre 2026

Elementi di progettazione didattica

Progettare la didattica
Risorse per docenti

Progettare la didattica, passo dopo passo

Pianifica attività attive, significative e inclusive: dalla singola lezione ai percorsi condivisi tra più discipline.

Cos'è la progettazione didattica

Progettare significa decidere in anticipo che cosa gli studenti devono imparare, come lo impareranno e come capiremo che l'hanno imparato. È lo strumento che dà coerenza tra obiettivi, attività e valutazione.

Tre livelli di progettazione

LIVELLO 1

La singola lezione

Un docente progetta un incontro con obiettivi circoscritti e una verifica rapida.

LIVELLO 2

Un percorso di più lezioni

Un docente costruisce una sequenza collegata, con obiettivi che crescono in profondità.

LIVELLO 3

Un asse tematico condiviso

Più docenti di discipline diverse lavorano su un tema comune per una settimana, un mese, un trimestre o un anno.

Le fasi del percorso

  1. Rilevare i prerequisiti. Che cosa sanno già gli studenti? Serve a individuare, riconoscere e scegliere gli obiettivi. Strumenti: test d'ingresso, mappa mentale, domande aperte.
  2. Definire gli obiettivi. Formulati come ciò che lo studente saprà o saprà fare, con verbi osservabili (spiegare, confrontare, costruire).
  3. Pensare subito alla verifica. Quali prove mostreranno se, e in che misura, gli obiettivi sono raggiunti? Prima la prova, poi le attività.
  4. Articolare l'attività in fasi. Per ogni fase: cosa fa il docente, cosa fanno gli studenti. Vedi il modello 5E qui sotto.

Articolare l'attività: il modello 5E

Scegli una fase per vedere i ruoli.

L'ordine è una guida: in un percorso lungo le fasi possono ripetersi per ciascun sotto-obiettivo.

Il modello 5E in movimento

Le cinque fasi formano un ciclo: l'ultima apre nuove domande, che riportano al coinvolgimento. Tocca una fase per fermare l'animazione.

Esempi per disciplina

Tre progettazioni sintetiche e un esempio interdisciplinare, da adattare.

Crea la tua scheda di progettazione

Compila i campi: otterrai una scheda di testo da copiare nel tuo registro o documento.

Glossario

Sito per docenti sulla progettazione didattica.
Sito progettato da Claudia de Crescenzo

domenica 4 ottobre 2026

Due utili strumenti didattici: le carte impossibili

Ci sono strumenti didattici che diamo quasi per scontati, finché non ci accorgiamo che nelle nostre aule non ci sono più. Ed è sempre più difficile procurarseli, per ragioni a cui non voglio neanche accennare ma facilmente immaginabili.

Penso, per esempio, alla carta geografica dell’Europa e alla tavola periodica degli elementi.


Per anni sono state presenze familiari sulle pareti delle aule: materiali semplici, sempre disponibili, da consultare rapidamente durante una lezione. Bastava alzare lo sguardo per localizzare un Paese, orientarsi nello spazio, cercare un elemento chimico.

Oggi, in molte classi, quelle mappe non ci sono più.

E allora ho provato a ripensarle in una forma diversa, utilizzando l’intelligenza artificiale. Ho realizzato due risorse digitali pensate per essere proiettate direttamente sulla LIM o sul monitor interattivo, così da riportare nella quotidianità della classe quello che potremmo definire un piccolo “patrimonio visivo” della scuola.

Non si tratta, però, semplicemente di trasformare una carta in un'immagine digitale. Il punto interessante, per me, è il processo: partire da un bisogno didattico reale, individuare ciò che serve davvero agli studenti e utilizzare l’AI come strumento per progettare e realizzare una risorsa funzionale a quel bisogno. La tecnologia, in questo caso, non sostituisce un materiale didattico: ci permette di ripensarlo, personalizzarlo e renderlo nuovamente presente nell’ambiente di apprendimento. E forse è proprio questa una delle direzioni più interessanti dell’AI a scuola: non cercare continuamente qualcosa di nuovo, ma anche recuperare ciò che abbiamo perso e reinventarlo per il contesto educativo contemporaneo.

- Una carta geografica dell’Europa e dell'Asia.
- Una tavola periodica.

Le condivido come esempio di una domanda che possiamo porci sempre più spesso: “Quale piccolo problema della mia aula posso risolvere, o almeno affrontare diversamente, grazie all’AI?”
È da domande come questa, più che dalla ricerca dello strumento “più sorprendente”, che secondo me può iniziare un uso realmente pedagogico dell’intelligenza artificiale.


domenica 20 settembre 2026

Creare richiede tempo, ma è proprio lì che sta la magia

Durante una pausa dalla preparazione dei contenuti per un corso destinato ai docenti, mi sono ritagliata un momento per me e ho voluto riprodurre la Nascita di Venere di Botticelli direttamente su Canva, tratto su tratto.

Ci è voluto del tempo, è vero. Ma la soddisfazione di vedere un'idea prendere forma senza fretta è impagabile. Non sempre la velocità regala lo stesso valore o la stessa gratificazione.
Questa attività non è stata solo uno sfogo creativo, ma un vero e proprio esperimento didattico: l'ho immaginata – e sarà proprio così! – inserita all'interno di un percorso interdisciplinare più ampio che intreccia Arte, Letteratura Italiana e Letteratura Latina attorno alla figura di Venere. Tra pochissimo ne racconterò tutti i dettagli e gli spunti didattici sul mio blog!
A proposito di tempo: spesso ci si chiede a cosa serva davvero l'Intelligenza Artificiale.
Per me la risposta sta anche qui. Se l'IA non mi aiutasse ogni giorno a gestire ed efficientare le operazioni più ripetitive e gli spunti didattici che penso di sviluppare, non avrei mai lo spazio mentale e il tempo materiale da dedicare a progetti come questo.
La tecnologia non sostituisce la nostra creatività: la libera, automatizzando il superfluo per ridarci la libertà di creare, sperimentare e imparare.

Voi come usate il tempo che l'IA vi fa risparmiare?


#Creatività #Insegnamento #FormazioneDocenti #Canva #IntelligenzaArtificiale #EdTech #ArteDigitale #Produttività




Un senatore morto sul Palatino e una classe che indaga su Augusto




Nel 27 a.C. il senatore Manlio Capitolino viene trovato morto sul Palatino. La causa di morte che circola non convince il giovane magistrato Marco Licinio, incaricato del caso. C'è una pergamena scritta in greco, e c'è un ragazzo, Caio, con ragioni proprie per volere quel senatore fuori dai giochi.

Questi sono gli ingredienti di "Benvenuti nel Palatino: Un giallo nella Roma di Augusto", un racconto pensato per la classe. Serve a risolvere un problema che ogni docente di storia conosce bene: il passaggio dalla Repubblica al Principato sta in una pagina e mezza di manuale, e gli studenti lo ricordano come una frase da recitare.

Perché partire da un delitto

Il manuale dice che nel 27 a.C. Ottaviano riceve il titolo di Augusto, che gli vengono affidate le province con le legioni, che nasce il Principato. Gli studenti annotano, ripetono, superano l'interrogazione. Molti non si sono mai chiesti come mai un Senato che aveva assassinato Cesare nel 44 accettasse, diciassette anni dopo, di consegnare il comando militare al suo erede.

Jerome Bruner distingueva due modi di conoscere: quello paradigmatico, fatto di categorie, definizioni e nessi causali, e quello narrativo, fatto di persone che vogliono qualcosa, agiscono e ne subiscono le conseguenze. La storia scolastica è quasi interamente scritta nel primo registro. Il giallo sposta la lezione nel secondo, e in questo caso lo spostamento è legittimo, perché la storia è fatta anche di persone con interessi, paure e convinzioni che si scontrano.

C'è poi una questione di ingaggio più prosaica. Una classe all'ultima ora, una data da memorizzare: contro tutto questo un morto ammazzato funziona.

Il ripasso che gli studenti non sanno di fare

Il racconto è costruito in modo che i personaggi non si capiscano senza il bagaglio repubblicano. Il mos maiorum, il costume degli antenati che regola ciò che un romano di rango può e non può fare, è il metro con cui si giudicano le azioni di tutti. Il cursus honorum spiega chi ha il diritto di sedere dove e perché certi ruoli pesino. Il Senato compare come un'assemblea che conserva il prestigio e ha perso buona parte della sostanza.

Poi ci sono i segni delle guerre civili appena chiuse: le confische di terre per sistemare i veterani, i liberti che la crisi ha portato più in alto di quanto il costume tollerasse, le fazioni che ricordano da che parte stava ciascuno. Lo studente che vuole capire perché un personaggio odia o teme un altro deve andare a pescare nella memoria ciò che ha studiato l'anno prima. Il ripasso avviene mentre si segue la trama, e nessuno lo chiama ripasso.

I concetti nuovi arrivano dentro la trama

Il punto più utile del racconto, dal lato didattico, è la finzione istituzionale. I consoli continuano a esserci, il Senato continua a riunirsi, la parola Res Publica è ancora sulla bocca di tutti. Sotto questa superficie il potere si è spostato altrove, e il testo lo mostra attraverso i comportamenti dei personaggi prima ancora di nominarlo.

A quel punto il docente può introdurre la distinzione tra auctoritas e imperium con un materiale d'archivio, senza dover partire dalla definizione. Nelle Res Gestae Augusto dichiara di aver superato tutti per auctoritas, pur senza aver avuto più potestas dei colleghi in ciascuna magistratura. Letta dopo il giallo, la frase smette di essere una formula e diventa un'ammissione elegante: un uomo che non ha più poteri formali degli altri e comanda lo stesso. Gli studenti hanno già visto in azione il meccanismo, e la fonte ne fornisce il nome.

Lo stesso vale per la guardia pretoriana e per il controllo dell'ordine pubblico e dell'immagine. Nel racconto compaiono come parte dell'ambiente, e la classe li registra prima di doverli studiare. Quando il capitolo del manuale li tratta, li riconosce.

Le domande contano più della trama

Il racconto da solo può restare intrattenimento. Diventa lavoro storico quando il docente si limita a fare domande e la classe deve rispondere con qualcosa che sta nel testo. Alcune che funzionano:

  • Perché la causa di morte ufficiale viene messa in dubbio, e chi ha interesse a farla accettare?
  • Che cosa ci dice la pergamena in greco su chi l'ha scritta e su chi doveva leggerla?
  • Quali ragioni ha Caio, e a quale idea di Roma appartengono?
  • Chi, tra i personaggi, guadagna dalla situazione com'è alla fine?

Carlo Ginzburg, in "Spie. Radici di un paradigma indiziario", ha messo in fila lo storico, il medico e il detective come figure che lavorano allo stesso modo: partono da tracce minime e ricostruiscono ciò che nessuno ha visto. Per chi insegna è un'ottima notizia, perché il metodo che chiediamo agli studenti ha una tradizione rispettabile e loro la riconoscono al volo dai romanzi gialli che conoscono. Il docente che pone la domanda giusta e poi tace sta praticando la maieutica nel senso più letterale: le risposte le porta la classe, lui aiuta a farle nascere.

Un consiglio pratico. Fermate la lettura prima dell'epilogo e chiedete alla classe di formulare un'ipotesi scritta su chi è il colpevole e perché. Le ipotesi sbagliate sono le più istruttive, perché mostrano quali elementi del contesto sono stati letti male.

I chiarimenti indispensabili

Il racconto è finzione, e va detto in modo esplicito, altrimenti una parte della classe uscirà convinta che a Roma un senatore sia stato davvero ucciso così. Manlio Capitolino, Marco Licinio e Caio sono inventati. Serve un momento in cui si separa ciò che il testo inventa da ciò che le fonti attestano: il 27 a.C., il ruolo di Ottaviano, le province, il Senato, i pretoriani.

C'è poi un anacronismo dovuto alla necessità di introdurre un concetto. "Principato" è un'etichetta degli storici moderni, e Augusto si presentava come princeps, primo tra i cittadini, sempre attento a non apparire un monarca. La Pax Augusta, inoltre, non nasce nel 27: si consolida nei decenni seguenti, e l'Ara Pacis è del 9 a.C. Il finale del racconto la annuncia, e conviene dire alla classe che è un anticipo, non una fotografia di quell'anno.

Ultima cautela: il giovane Caio ha un ideale politico e una risposta violenta. Se la classe si schiera tutta con lui perché è il più romantico, il docente deve riportare la discussione sui fatti, tenendo distinti il valore di un'idea e il valore di un omicidio.

Del resto la storia è la storia, il racconto storico ammette qualche licenza, purché si sia consapevoli. L'Odissea di Nolan, così discussa, lo dimostra, e gli studenti potrebbero ragionare su questo.

Il dibattito finale

La domanda con cui si chiude l'attività è quella storiografica per eccellenza: è preferibile la libertà politica con l'instabilità, o la pace sotto un potere che concentra tutto in una persona? Funziona bene se si dividono le posizioni a sorte, senza chiedere a nessuno di dire ciò che pensa davvero, e se si impone una regola: ogni argomento deve poggiare su un indizio del racconto o su una fonte.

Gli studenti tendono a trasportare la domanda nell'attualità, e va bene, purché distinguano ciò che sappiamo di Roma da ciò che pensiamo del presente. Quella distinzione è già un risultato didattico.

La scheda

La scheda allegata accompagna tutta l'attività. Contiene uno schema comparativo tra Repubblica e Principato da compilare durante e dopo la lettura, un glossario dei termini che il racconto usa (mos maiorum, cursus honorum, auctoritas, imperium, Res Publica), le domande-indizio da usare in classe e la traccia per il dibattito. Si può svolgere in due ore, oppure spezzare in tre momenti: lettura con ipotesi, lavoro sulle fonti, dibattito.

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