Negli ultimi mesi sono emersi dettagli inquietanti su un'iniziativa interna di Anthropic soprannominata "Project Panama". L'azienda, nota per aver sviluppato il chatbot Claude, avrebbe acquistato e successivamente distrutto milioni di libri cartacei usati per raccogliere dati di addestramento.
Il processo è meccanico e brutale: i volumi vengono acquistati in massa a basso costo, le rilegature vengono tagliate meccanicamente per separare le pagine, e scanner ad alta velocità digitalizzano il contenuto. Una volta completata la scansione, i libri vengono avviati al macero o al riciclo.
L'obiettivo dichiarato è ottenere testi di qualità letteraria e saggistica superiore rispetto a quanto disponibile sul web, per affinare le capacità di scrittura e comprensione dei modelli linguistici di Anthropic.
Certamente si potrebbero scannerizzare milioni di pagine anche senza ricorrere al taglio delle rilegature ma ciò comporterebbe costi molto alti, non convenienti a chi ragiona esclusivamente con mentalità aziendalistica.
C'è qualcosa di profondamente simbolico nella distruzione fisica di milioni di libri. Non stiamo parlando di contenuti digitali che possono essere replicati all'infinito, ma di oggetti materiali che hanno superato la prova del tempo. Libri stampati prima del 2022, prima che l'IA generativa entrasse nelle nostre vite, che rappresentano un patrimonio culturale accumulato attraverso secoli di pensiero umano.
Quando un libro viene distrutto per diventare dati, si perde molto più del supporto fisico. Si perdono le annotazioni dei lettori precedenti, le dediche, le pieghe delle pagine più sfogliate. Ogni copia cartacea è unica, porta con sé la storia di chi l'ha posseduta. Questa memoria collettiva scompare per sempre.
Forse l'aspetto più inquietante riguarda l'accesso alla conoscenza. I libri cartacei sono democratici per natura: una biblioteca pubblica li rende accessibili a chiunque, indipendentemente dal reddito. Un libro usato costa pochi euro, una biblioteca universitaria è aperta agli studenti, e persino i libri rari possono essere consultati in loco.
Ma cosa succede quando questo patrimonio viene digitalizzato e inglobato in sistemi proprietari? L'IA potrebbe diventare un nuovo guardiano della cultura, accessibile solo a chi può permettersi abbonamenti costosi. Chi controlla i dati di addestramento controlla anche quale conoscenza viene resa disponibile, in quale forma, e a quale prezzo.
Questo crea un paradosso crudele: distruggiamo l'accessibilità fisica dei libri per creare sistemi digitali che potrebbero essere ancora meno accessibili.
La storia ci ha insegnato a riconoscere la distruzione dei libri come sintomo di regimi tirannici. Dai roghi nazisti alle biblioteche saccheggiate durante le guerre, bruciare libri è sempre stato un atto di controllo: eliminare narrazioni scomode, riscrivere la memoria collettiva, monopolizzare la verità.
Il Project Panama non è un rogo ideologico, ma condivide con queste pratiche una caratteristica fondamentale: la concentrazione del controllo. Quando un'azienda privata decide quali libri vengono preservati come dati e quali vengono distrutti, sta esercitando un potere enorme sulla conoscenza futura. Non è censura esplicita, ma è selezione algoritmica di ciò che l'IA "impara" e quindi di ciò che può riprodurre.
La domanda che dobbiamo porci è: possiamo davvero parlare di progresso quando per addestrare l'intelligenza artificiale dobbiamo distruggere l'intelligenza umana del passato?
E soprattutto: chi deciderà, nei prossimi anni, quale versione della cultura umana sarà accessibile alle generazioni future — quella custodita nelle biblioteche pubbliche o quella filtrata attraverso i server di poche aziende tecnologiche?
La risposta a queste domande definirà non solo il futuro dell'IA, ma il futuro stesso della conoscenza come bene comune.
