Il 12 giugno 2026 gli Stati Uniti hanno oscurato nel mondo intero due dei modelli più avanzati di Anthropic, Fable 5 e Mythos 5, con un ordine del Dipartimento del Commercio motivato da rischi di sicurezza. Anthropic li ha resi di nuovo disponibili solo il 1° luglio, dopo che le restrizioni sono state revocate il 30 giugno. Tre settimane di blackout per chiunque, fuori dagli Stati Uniti, dipendesse da quella tecnologia.
Il giorno dopo lo stop, il 13 giugno, l'azienda cinese Z.ai (ex Zhipu AI) ha rilasciato GLM-5.2: pesi aperti, licenza MIT, nessun vincolo geografico, addestrato su chip Huawei senza una sola scheda Nvidia. In poche settimane è salito ai vertici delle classifiche di settore, con benchmark di cybersecurity che secondo diverse analisi indipendenti si avvicinano a quelli dei modelli americani più blindati, a una frazione del costo. Il paradosso è servito: mentre Washington chiudeva un rubinetto, Pechino ne apriva un altro, gratis, per chiunque nel mondo avesse una connessione internet.
Ora, secondo quanto riportato da Reuters il 7 luglio, il copione potrebbe ribaltarsi di nuovo: il Ministero del Commercio cinese ha convocato Alibaba, ByteDance e Z.ai per discutere limiti all'accesso estero ai modelli più avanzati, valutando anche di equiparare la sottrazione di IA proprietaria a una violazione della sicurezza nazionale. Nessuna regola è stata ancora formalizzata, ma il segnale è chiaro: l'apertura generosa dei modelli cinesi open source, che negli ultimi due anni ha eroso la barriera d'ingresso per sviluppatori e aziende di tutto il mondo, potrebbe non essere un principio, ma una fase. Una fase che finisce quando lo scarto tecnologico con gli Stati Uniti si è chiuso abbastanza da rendere quei modelli un asset da proteggere, non da regalare.
Il punto non è chi vince questa corsa. È che nessuno dei due controllori è europeo.
Che si tratti di un ordine esecutivo di Washington o di una direttiva del Ministero del Commercio di Pechino, il risultato per un'azienda italiana è identico: l'accesso alla tecnologia su cui ha costruito processi, prodotti e competitività può essere sospeso, ridimensionato o reso a pagamento da un governo di cui quell'azienda non è cittadina e su cui non ha alcuna voce in capitolo. Non è un'ipotesi teorica: è già successo una volta, per tre settimane, a giugno.
In Italia esistono progetti reali su cui costruire un'alternativa: Minerva, sviluppato dal gruppo Sapienza NLP guidato da Roberto Navigli con i fondi PNRR del programma FAIR e il supercomputer Leonardo del CINECA, è il primo LLM addestrato da zero in italiano, rilasciato con licenza aperta; FastwebMIIA punta su infrastrutture localizzate in Italia per imprese e pubblica amministrazione; a questi si affiancano Velvet di Almawave e Italia-10B di Domyn. Sono passi concreti, ma restano ordini di grandezza lontani dai modelli generalisti americani e cinesi, sia per scala di calcolo sia, soprattutto, per capacità agentica: generazione di codice complesso, uso di strumenti esterni, orchestrazione autonoma di più passaggi. Su questo fronte il divario non si è ridotto, si è approfondito. Il modello evoluto a 20 miliardi di parametri annunciato da Navigli per l'autunno 2026 resta comunque due ordini di grandezza sotto i sistemi di punta.
Ed è qui che arriva la parte scomoda.
Molte aziende italiane ed europee stanno accelerando l'adozione di IA generativa nei processi di sviluppo software, spesso senza chiedersi cosa succede se l'accesso a quello strumento cambia condizioni, prezzo o disponibilità da un giorno all'altro. Delegare la scrittura del codice a un modello esterno, per quanto potente, senza mantenere all'interno dell'organizzazione competenze reali di programmazione, significa costruire un debito tecnico e strategico che si vede solo quando il fornitore - qualunque sia la sua bandiera - cambia le regole del gioco. È già successo con il cloud, è già successo con i semiconduttori, e ora si ripropone con l'intelligenza artificiale: la velocità con cui si abbandona una competenza interna è quasi sempre superiore alla velocità con cui la si ricostruisce quando serve di nuovo.
Non è un invito a rifiutare l'IA nello sviluppo software: sarebbe una battaglia persa e, francamente, inutile. È un invito a non confondere l'uso di uno strumento con la rinuncia al sapere che sta sotto quello strumento. Le aziende che continueranno a formare sviluppatori capaci di leggere, correggere e comprendere codice - non solo di prompt-are un modello - saranno quelle in grado di assorbire uno shock di accesso quando (non se) arriverà il prossimo.
La domanda, allora, non è più "quale modello scegliere".
È: se domani l'accesso al modello che usiamo oggi venisse limitato da una decisione geopolitica su cui non abbiamo alcun controllo, la nostra azienda saprebbe ancora come lavorare? L'Europa - e l'Italia in particolare - ha ancora una finestra per costruire un'alternativa reale, ma quella finestra si restringe alla stessa velocità con cui Washington e Pechino trasformano i loro modelli in strumenti di politica estera.
Siamo pronti a un mondo in cui l'intelligenza artificiale più avanzata è, a tutti gli effetti, una risorsa strategica nazionale come il gas o i semiconduttori? E se la risposta è sì, cosa stiamo facendo oggi, davvero, per non restare l'ennesimo mercato che compra e non produce?
Fonti: Reuters (via Qz.com, 7 luglio 2026); Tom's Hardware; comunicato ufficiale Anthropic sulla sospensione e il ripristino di Fable 5 e Mythos 5; R Street Institute; Sapienza Università di Roma / Fondazione FAIR; AI4Business; Tom's Hardware Italia.
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