A oltre dieci anni dall'entrata in vigore del decreto ministeriale che fissa i limiti di spesa per le adozioni, vale la pena chiedersi se quei parametri, ovviamente aggiornati, abbiano ancora un senso nella realtà delle scuole secondarie di secondo grado.
Ogni anno, puntuale come il calendario scolastico, si ripropone la procedura dell'adozione dei libri di testo. E ogni anno, con altrettanta puntualità, le famiglie si trovano a fare i conti con spese che superano ampiamente i tetti fissati dal Ministero dell'Istruzione e del Merito. Non si tratta di percezioni: si tratta di numeri precisi, verificabili, che chiunque può calcolare partendo dai cataloghi degli editori e dai decreti ministeriali.
Secondo la normativa, aggiornata per quello che riguarda le adozioni per l’anno scolastico venturo, per la seconda classe di un liceo scientifico, il tetto massimo consentito — applicando la modalità mista di tipo B (cartacea + digitale) — è di 207 euro. Cifra che, sulla carta, dovrebbe garantire un accesso equo all'istruzione.
I numeri reali: tre materie scientifiche bruciano l'intero tetto
Prendiamo il caso proprio di una seconda classe di un liceo scientifico e concentriamoci su tre sole discipline: matematica, chimica e biologia. I rispettivi manuali — nelle edizioni correntemente adottate — ammontano complessivamente a 114,80 euro. Si tratta già del 55% del tetto massimo consentito, e stiamo parlando soltanto di tre materie su dieci.
Le discipline rimanenti, nella seconda classe del liceo scientifico, sono: italiano, latino, storia e geografia (spesso trattate come disciplina unica con un testo dedicato), lingua inglese, fisica, storia dell'arte, scienze motorie, religione cattolica (o materia alternativa). Non tutte le famiglie possono contare di riutilizzare i testi dell'anno precedente: alcune adozioni cambiano, altre discipline prevedono volumi progressivi che non si sovrappongono, altre ancora — come l'italiano — lavorano su antologie che hanno struttura pluriennale ma non sempre sono già in possesso degli studenti al secondo anno.
Anche stimando in modo ottimistico la riutilizzabilità di alcuni volumi, i 92 euro restanti del tetto non bastano a coprire i testi necessari per le altre materie. Il divario tra norma e realtà non è marginale: è strutturale.
I testi «consigliati»: una necessità, non un espediente
Di fronte a questo squilibrio, i consigli di classe si trovano in una posizione oggettivamente difficile. La normativa prevede che i testi inseriti nella delibera come «adottati» debbano rientrare nel tetto di spesa, mentre quelli classificati come «consigliati» sono esclusi dal computo. La distinzione, però, non è arbitraria: la normativa stessa chiarisce che i testi consigliati possono essere esclusivamente monografie o testi di approfondimento — non manuali di disciplina in senso stretto.
Il problema è che, quando il tetto non consente di coprire tutti i testi necessari all'attività didattica ordinaria, il confine tra «manuale» e «approfondimento» tende a sfumare. Non per malafede, ma per necessità: se un testo è indispensabile alle lezioni quotidiane, classificarlo come consigliato è l'unica strada che il sistema mette a disposizione per uscire dall'impasse. Il risultato è che le famiglie si trovano ad acquistare testi formalmente facoltativi che nella pratica dell'aula non lo sono affatto.
Si tratta di una soluzione all'italiana nel senso meno lusinghiero dell'espressione: si aggira il problema senza affrontarlo, si rispetta la lettera senza lo spirito, e intanto le famiglie pagano. Nessuno viola nulla formalmente, ma l'effetto concreto — l'erosione del reddito disponibile, soprattutto delle famiglie meno abbienti — è reale quanto quello di una violazione esplicita. Il paradosso è che questo meccanismo, proprio perché funziona come valvola di sfogo, riduce la pressione verso un cambiamento strutturale.
Perché i testi costano così tanto
Prima di ragionare sulle soluzioni, vale la pena guardare le cause. Il mercato dei libri scolastici è strutturalmente diverso da qualunque altro mercato editoriale. Chi decide l'acquisto — il consiglio di classe — non è chi paga. Chi paga — la famiglia — raramente e debolmente ha voce in capitolo nella scelta. Chi vende — la casa editrice — sa che il cliente finale non può rifiutarsi facilmente. Questa dissociazione tra potere di scelta e obbligo di spesa è la radice del problema.
A questo si aggiunge una dinamica di aggiornamento editoriale che risponde più alle logiche commerciali che alle effettive necessità didattiche. Nuove edizioni con modifiche talvolta solo marginali — un'appendice rifatta, qualche immagine sostituita, un capitolo riorganizzato — rendono di fatto inutilizzabili i libri usati delle annate precedenti e azzerano il mercato del libro scolastico di seconda mano. Il tetto di spesa, nel frattempo, è rimasto sostanzialmente fermo: i 207 euro di cui sopra non tengono il passo con l'inflazione editoriale degli ultimi anni.
Ovviamente le case editrici operano in un mercato con logiche proprie, e la produzione di un buon manuale scolastico — con le revisioni, gli apparati didattici, le risorse digitali correlate — ha costi reali. Ma il sistema d'insieme genera effetti distorsivi che non possono essere ignorati e che le case editrici dovrebbero assumere come questione interna prima ancora che come pressione esterna.
Nell'era dell'AI: è possibile autoprodurre i testi?
La domanda circola sempre più spesso nelle sale professori e nei forum di settore: con gli strumenti di intelligenza artificiale disponibili oggi, è pensabile che i docenti producano in autonomia i materiali didattici, liberandosi dalla dipendenza dai manuali commerciali?
La risposta onesta è: parzialmente sì, con limiti che è bene avere chiari. Gli strumenti attuali — dai modelli linguistici avanzati alle piattaforme di authoring digitale — consentono a un insegnante digitalmente competente di produrre materiali di qualità accettabile in tempi ragionevoli. Unità didattiche, mappe, esercizi, testi di approfondimento, schede di sintesi: sono tutti output che un docente motivato può costruire con un supporto adeguato. Alcune scuole lo fanno già, con risultati interessanti.
Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che l'autoproduzione sia la soluzione al problema. Produrre un manuale scolastico completo — coerente, scientificamente affidabile, progressivo nella struttura, accessibile per studenti con bisogni diversi, accompagnato da verifiche calibrate — richiede un lavoro enorme che non può essere scaricato sui docenti come carico aggiuntivo a parità di ore e di contratto. Il rischio è quello di spostare i costi dall'economia familiare al tempo professionale degli insegnanti, che è una risorsa altrettanto non gratuita.
Più realistica è la strada dei libri di testo aperti (Open Educational Resources, OER), il futuro!: testi prodotti con finanziamento pubblico o da comunità di docenti, distribuiti con licenze aperte che ne consentono l'uso, la modifica e la redistribuzione gratuita. Alcuni paesi hanno già percorso questa strada con risultati solidi — il modello americano di OpenStax, che produce manuali scolastici e universitari gratuiti adottati da migliaia di docenti e integrabili nei principali sistemi di gestione dell'apprendimento (LMS) , è solo l'esempio più noto. In Italia esistono esperienze parziali, ma manca ancora una politica nazionale organica che le sostenga.
Strade percorribili, senza illusioni
Non esiste una soluzione singola che risolva il problema dall'oggi al domani. Esistono, però, alcune direzioni concrete su cui sarebbe possibile lavorare fin da subito.
Aggiornare i tetti di spesa al costo reale dei testi. Un aggiornamento che tenga conto dell'inflazione editoriale degli ultimi anni — e che distingua in modo più rigoroso tra testi adottati e testi consigliati, impedendo che questi ultimi diventino adozioni mascherate — è il primo passo necessario. Senza una base normativa credibile, tutto il resto è costruito su fondamenta fragili.
Favorire la pluriennalità delle adozioni. La norma già prevede la possibilità di adottare testi per periodi pluriennali. Andrebbe incoraggiata con più forza, anche se già estende le adozioni all'intero ciclo quinquennale salvo motivazioni documentate. Questo ridurrebbe sia i costi per le famiglie sia la pressione commerciale verso continui aggiornamenti.
Investire nelle risorse educative aperte. Un fondo nazionale per la produzione di OER disciplinari, affidato a consorzi di docenti esperti supportati da redattori professionali e revisori scientifici, è un progetto costoso nel breve ma sostenibile nel lungo periodo. I materiali potrebbero essere distribuiti gratuitamente a tutte le scuole e aggiornati in modo collaborativo. Non è fantascienza: è ciò che altri sistemi scolastici stanno già facendo, anche avvalendosi degli strumenti di intelligenza artificiale per accelerare la produzione di contenuti e la loro revisione.
Chiedere alle case editrici trasparenza sui costi. Il prezzo di un manuale scolastico dovrebbe essere accompagnato da una rendicontazione accessibile delle voci di costo: produzione editoriale, marketing, margine distributivo. La trasparenza non risolve il problema, ma almeno rende il dibattito pubblico più fondato e mette le scuole in condizione di operare scelte più consapevoli.
Una questione di equità, non solo di bilancio
Vale la pena nominare con chiarezza ciò che sta sullo sfondo di questo dibattito: il diritto allo studio. Una famiglia con due figli alle superiori che spende ogni settembre centinaia di euro in libri di testo subisce un costo che non è neutro rispetto alle scelte educative. Sappiamo da anni — i dati OCSE lo confermano — che la scolarizzazione è correlata al reddito familiare. I libri di testo non sono l'unica variabile, ma sono una variabile concreta e aggredibile con strumenti di politica scolastica.
I docenti non sono i responsabili del problema, ma sono gli attori del sistema più vicini alle famiglie e più esposti alle sue conseguenze. Conoscono gli studenti che vengono a scuola senza il libro perché i genitori non hanno potuto comprarlo. Sanno quando un testo è cambiato senza ragioni didattiche apprezzabili. Hanno gli strumenti tecnici e la credibilità professionale per portare questo tema con forza nelle sedi opportune: consigli di istituto, ordini del giorno dei collegi, tavoli sindacali, contributi alle consultazioni ministeriali.
La soluzione non arriverà da sola, e non arriverà da un'unica direzione. Ma continuare a considerare la situazione attuale come un equilibrio accettabile — quando tre soli manuali di un liceo scientifico consumano già più della metà del tetto previsto per l'intero anno — non è più una risposta praticabile. Il problema è reale, le sue cause sono identificabili, e alcune vie d'uscita esistono. Manca, forse, solo la volontà collettiva di percorrerle.
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